Il mio viaggio più grande è iniziato un freddo 30 novembre 1948, che in quell'anno cadde di martedi. Molti anni dopo venni a sapere che essere nato in quel giorno, a quell'ora e a quelle coordinate geografiche, 43° 9' N - 13° 44' E, significava far parte del segno zodiacale del sagittario con ascendente sagittario. E come poteva, un sagittario puro, non essere amante del viaggiare, come poteva non avere bramosia di conoscere luoghi, popoli, persone, culture, disseminati sul globo terraqueo?
Infatti non poteva, era, già alla nascita, un predestinato a viaggiare o a desiderare di farlo durante tutto il suo grande viaggio: il viaggio della vita.
Il primo vagito, il mio primo sguardo sul mondo, in quel momento molto limitato e incolore, lo diedi nell'ospedale civile di Fermo intitolato ad un grande medico, Augusto Murri.
Mia madre, Gemma, aveva 19 anni quando, dopo i dolori del parto, mi accolse per la prima volta tra le sue braccia.
La mia infanzia trascorse abbastanza tranquilla e serena nella casa di mio nonno Galizio, insieme a mio padre Bruto (detto Peppe), lui, il capo, cioè mio nonno e mia nonna Candida. Nonno e nonna erano i genitori di mio padre, o meglio, erano i genitori adottivi.
La casa dove vivevamo era sulla sommità di un colle, in piena campagna e molto panoramico. Dalla casa la vista spaziava dai monti sibillini, a sud/ovest, fino al mare, a est, che, nelle giornate più limpide, dipingeva di azzurro l'orizzonte in lontananza.
I ricordi che ho di quel periodo sono solo belli e sereni: i giochi solitari o con l'unico amichetto che avevo. Bastava poco per divertirsi: un cerchio di bicicletta da far correre lungo la strada di terra con una criniera di erbetta verde nel centro, guidato con una bacchetta di legno, ad esempio. Le marachelle, a volte veri e propri danni come distruggere una piccola piantagione di cipolle di mio nonno; ricordo che mi corse dietro a lungo per punirmi, senza riuscire a raggiungermi. Oppure quella volta che con Peppino, il mio amichetto, riempimmo il pozzo di un vicino di sterpi di granoturco. A volte i giochi si trsformavano in veri e propri drammi come quella volta che, sempre con Peppino, demmo fuoco al mucchio della paglia di un altro vicino... vennero anche i pompieri; per noi bambini fu una festa.
Quello era tutto il mio mondo, un piccolo mondo che mi permetteva comunque di viaggiare...con la fantasia. I colori, ecco cosa ha caratterizzato la mia infanzia, i colori; il verde della campagna, il giallo del grano maturo, il bianco dei ciliegi in fiore e il rosso delle ciliege mature, l'azzurro del mare a pochi chilometri eppure, per me, così lontano.
Ancora oggi a primavera, quando i campi con il grano verde appena germogliato ondeggiano al vento, quando in cielo nuovole nere si alternano ai raggi del sole mettendo in evidenza l'azzurro del mare ai piedi dei colli, mi rivedo ancora bambino che osservo lo stesso panorama dalla collina dove sorgeva la mia casa.
Spesso ci torno. La casa è diversa. La mia piccola casetta è stata sostituita da un grande palazzo. Tutto il resto è però rimasto inalterato, come se il tempo non fosse passato; compresa la strada per arrivarci è identica, di terra. Anche la chiesetta dedicata a Santo Stefano, quasi attaccata alla casa, è rimasta la stessa. Allora veniva aperta per la messa solo il giorno di Santo Stefano, il giorno dopo il Natale; ed era una festa.
Sono passati tanti anni; ho fatto un viaggio lungo da allora fino ai giorni nostri. Ho viaggiato per paesi lontani e vicini, attraverso momenti belli e felici e momenti pieni di dolore, ho attraversato laghi calmi e tranquilli e mari in tempesta, ho amato e sono stato amato, ho realizzato cose di cui sono orgoglioso e altre meno, ho fatto diventare realtà molti sogni mentre altri sono rimasti incompiuti. Ho attraversato e sto ancora attraversando la vita aggiustando giorno per giorno l'itinerario, modificandolo e adattandolo ai miei interessi, alle mie esigenze, alle mie possibilità. A volte di fronte ad un bivio, da un lato la strada facile e dall'altro una più tortuosa e difficile, scelgo il percorso più lungo e con più ostacoli. Poi, nei momenti di stanchezza, magari mi domando perchè ho fatto questa scelta, perchè non ho preso la via più facile e riposante. Non so darmi una risposta. Forse per allungare il mio viaggio e allontanare la meta.
venerdì 13 aprile 2012
lunedì 19 marzo 2012
La Bestia
Quando i missionari vennero in Africa loro avevano la Bibbia e noi avevamo la terra.
Dissero:"Preghiamo". Chiudemmo i nostri occhi. Quando li riaprimmo, noi avevamo la Bibbia e loro avevano la terra.
Desmond Tutu
Sono al fianco di chi soffre umiliazioni e oppressioni per il colore della sua pelle.
Hitler e Mussolini avevano la pelle bianchissima, ma la coscienza nera.
Martin Luther King aveva la pelle color dell'ebano, ma il suo animo brillava della limpida luce, come i diamanti che negri oppressi estraggono dalle miniere del Sudafrica, per la vanità e la ricchezza di una minoranza dalla pelle bianca.
Sandro Pertini
Siamo in Sudafrica nel 1977. Il governo del paese è fortemente in mano alla minoranza bianca. Nelson Mandela è rinchiuso nel carcere di Pollsmoor, Città del Capo, e la sua liberazione è di la da venire. I negri (circa 16 milioni) sono schiavi e lavorano per un tozzo di pane nei campi o nelle miniere o nelle città per svolgere servizi vari. I bianchi (circa 4 milioni) possiedono tutto.
Io, mia moglie un collega di lavoro eravamo nella zona di Springfontain, nel libero Stato dell'Orange, lo stato pù boero e segregazionista del Sudafrica.
Venimmo a sapere che nei paraggi viveva un italiano di nome Benito proprietario di una farm; chi ci diede l'informazione ci indicò anche la strada per raggiungere la farm. Prima di ripartire verso nord decidemmo di andare a trovarlo.
La proprietà di Benito, come tutte le proprietà agricole in Sudafrica a quel tempo, era recintata e vi si accedeva attraverso cancelli. L'ingresso principale che portava alla villa era libero; altri ingressi che davano accesso ai vari allevamenti e coltivazioni, erano invece chiusi con lucchetti. La terra era sudddivisa per appezzamenti ed ogni appezzamento era dedicato ad una coltivazione o ad un allevamento. Ogni appezzamento era recintato e chiuso da un cancello con lucchetto. Attraverso il viale d'accesso ci dirigemmo alla villa. Simile a tante altre ville di campagna Sudafricane, la casa di Benito, di grandi dimensioni, era al centro di un'oasi alberata che assicurava ombra e riparo dalla calura africana.
Benito, che era stato informato del nostro arrivo, ci venne incontro e ci salutò calorosomante. Era un uomo sulla cinquantina, bassso di statura. Di origine era abbruzzese; emigrò in Sudafrica nell'immediato dopoguerra.
Ci accompagnò direttamente nella sala da pranzo dove capimmo subito il perchè del suo nome e, forse, anche perchè lasciò l'Italia alla fine della guerra. Su un mobile della sala troneggiava un busto di Benito Musssolini di cui, ci confessò il nostro Benito, era un grande ammmiratore. Nell'immediato dopoguerra molti fascisti lasciarono l'Italia per riparare in Argentina o in Sudafrica.
Ad un certo punto entrò nella stanza una ragazza nera di circa 20 anni. Non era bella, anzi abbastanza bruttina, però era giovane e, scoprimmo poi, sapeva anche cucinare bene all'Italiana. Questa ragazza, che Benito chiamava "la Bestia", faceva la cuoca, la donna delle pulizie e, sicuramente, soddisfava anche i bisogni sessuali di Benito. Era tenuta come una schiava, come, se non peggio, gli schiavi dell'America del Sud. Con la differenza che eravamo nel 1977.
Lui infatti, sebbene sposato e con 3 figli, viveva solo nella fattoria. La famiglia, oltre alla fattoria, aveva una catena di supermercati in diverse città del Sudafrica, gestiti dai figli e dalla moglie. Benito ci racccontò che arrivato in Sudafrica aprì subito un negozio. Gli affari andarono bene e quindi riuscì a creare un piccolo impero formato dalla fattoria e dalla catena di supermercati. Ci disse che le verdure e la carne che vendevano nei supermercati veniva direttamente dalla loro fattoria, di cui lui si occupava direttamente.
Mentre ci raccontava e aspettavamo il pranzo, noi bevemmo una birra, mentre Benito tracannò una mezza bottiglia di Wisky allungato con acqua tonica e cubetti di ghiaccio, che si versava in un grosso bicchiere da birra, di quelli in vetro trasparente con tante faccette e un grosso manico.
Cominciavamo ad essere nauseati dai discorsi del nostro ospite, quando arrivò la Bestia che portò in tavola una fiamminga stracolma di tagliatelle al sugo e poi pollo e agnello arrosto, che mangiammo innaffiando tutto con vino rosso sudafricano.
Mangiai con gusto, anche se la vista di quella ragazza che entrava nella stanza e ci serviva da mangiare tenendo sempre gli occhi bassi e che subiva in silenzio gli insulti e le umiliazioni di Benito, mi strozzava la bocca dello stomaco.
Dopo avere mangiato e preso il caffè salutammo Benito e partimmo senza nemmeno aver potuto rivedere la Bestia, avendo nell'anima molta, molta tristezza. Il pensiero che così tanti neri vivessero da schiavi nel loro paese ricchissimo e bellissimo, senza un presente e con un futuro molto incerto, sfruttati e maltrattati da una monoranza bianca, sentivo che mi dava un senso dolore profondo.
E dovevano passare ancora molti anni prima ch Nelson Mandela uscisse libero dalla sua prigione e diventasse Presidente del Sudafrica.
Dissero:"Preghiamo". Chiudemmo i nostri occhi. Quando li riaprimmo, noi avevamo la Bibbia e loro avevano la terra.
Desmond Tutu
Sono al fianco di chi soffre umiliazioni e oppressioni per il colore della sua pelle.
Hitler e Mussolini avevano la pelle bianchissima, ma la coscienza nera.
Martin Luther King aveva la pelle color dell'ebano, ma il suo animo brillava della limpida luce, come i diamanti che negri oppressi estraggono dalle miniere del Sudafrica, per la vanità e la ricchezza di una minoranza dalla pelle bianca.
Sandro Pertini
Siamo in Sudafrica nel 1977. Il governo del paese è fortemente in mano alla minoranza bianca. Nelson Mandela è rinchiuso nel carcere di Pollsmoor, Città del Capo, e la sua liberazione è di la da venire. I negri (circa 16 milioni) sono schiavi e lavorano per un tozzo di pane nei campi o nelle miniere o nelle città per svolgere servizi vari. I bianchi (circa 4 milioni) possiedono tutto.
Io, mia moglie un collega di lavoro eravamo nella zona di Springfontain, nel libero Stato dell'Orange, lo stato pù boero e segregazionista del Sudafrica.
Venimmo a sapere che nei paraggi viveva un italiano di nome Benito proprietario di una farm; chi ci diede l'informazione ci indicò anche la strada per raggiungere la farm. Prima di ripartire verso nord decidemmo di andare a trovarlo.
La proprietà di Benito, come tutte le proprietà agricole in Sudafrica a quel tempo, era recintata e vi si accedeva attraverso cancelli. L'ingresso principale che portava alla villa era libero; altri ingressi che davano accesso ai vari allevamenti e coltivazioni, erano invece chiusi con lucchetti. La terra era sudddivisa per appezzamenti ed ogni appezzamento era dedicato ad una coltivazione o ad un allevamento. Ogni appezzamento era recintato e chiuso da un cancello con lucchetto. Attraverso il viale d'accesso ci dirigemmo alla villa. Simile a tante altre ville di campagna Sudafricane, la casa di Benito, di grandi dimensioni, era al centro di un'oasi alberata che assicurava ombra e riparo dalla calura africana.
Benito, che era stato informato del nostro arrivo, ci venne incontro e ci salutò calorosomante. Era un uomo sulla cinquantina, bassso di statura. Di origine era abbruzzese; emigrò in Sudafrica nell'immediato dopoguerra.
Ci accompagnò direttamente nella sala da pranzo dove capimmo subito il perchè del suo nome e, forse, anche perchè lasciò l'Italia alla fine della guerra. Su un mobile della sala troneggiava un busto di Benito Musssolini di cui, ci confessò il nostro Benito, era un grande ammmiratore. Nell'immediato dopoguerra molti fascisti lasciarono l'Italia per riparare in Argentina o in Sudafrica.
Ad un certo punto entrò nella stanza una ragazza nera di circa 20 anni. Non era bella, anzi abbastanza bruttina, però era giovane e, scoprimmo poi, sapeva anche cucinare bene all'Italiana. Questa ragazza, che Benito chiamava "la Bestia", faceva la cuoca, la donna delle pulizie e, sicuramente, soddisfava anche i bisogni sessuali di Benito. Era tenuta come una schiava, come, se non peggio, gli schiavi dell'America del Sud. Con la differenza che eravamo nel 1977.
Lui infatti, sebbene sposato e con 3 figli, viveva solo nella fattoria. La famiglia, oltre alla fattoria, aveva una catena di supermercati in diverse città del Sudafrica, gestiti dai figli e dalla moglie. Benito ci racccontò che arrivato in Sudafrica aprì subito un negozio. Gli affari andarono bene e quindi riuscì a creare un piccolo impero formato dalla fattoria e dalla catena di supermercati. Ci disse che le verdure e la carne che vendevano nei supermercati veniva direttamente dalla loro fattoria, di cui lui si occupava direttamente.
Mentre ci raccontava e aspettavamo il pranzo, noi bevemmo una birra, mentre Benito tracannò una mezza bottiglia di Wisky allungato con acqua tonica e cubetti di ghiaccio, che si versava in un grosso bicchiere da birra, di quelli in vetro trasparente con tante faccette e un grosso manico.
Cominciavamo ad essere nauseati dai discorsi del nostro ospite, quando arrivò la Bestia che portò in tavola una fiamminga stracolma di tagliatelle al sugo e poi pollo e agnello arrosto, che mangiammo innaffiando tutto con vino rosso sudafricano.
Mangiai con gusto, anche se la vista di quella ragazza che entrava nella stanza e ci serviva da mangiare tenendo sempre gli occhi bassi e che subiva in silenzio gli insulti e le umiliazioni di Benito, mi strozzava la bocca dello stomaco.
Dopo avere mangiato e preso il caffè salutammo Benito e partimmo senza nemmeno aver potuto rivedere la Bestia, avendo nell'anima molta, molta tristezza. Il pensiero che così tanti neri vivessero da schiavi nel loro paese ricchissimo e bellissimo, senza un presente e con un futuro molto incerto, sfruttati e maltrattati da una monoranza bianca, sentivo che mi dava un senso dolore profondo.
E dovevano passare ancora molti anni prima ch Nelson Mandela uscisse libero dalla sua prigione e diventasse Presidente del Sudafrica.
giovedì 15 marzo 2012
La casa dell'uomo
"La vera casa dell'uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi".
Bruce Chatwin
Bruce Chatwin
martedì 13 marzo 2012
OBSESION
Por alto que esta el cielo en el mundo,
por ondo que sea el mar profundo,
no habra barrera en el mundo que mi.................
por ondo que sea el mar profundo,
no habra barrera en el mundo que mi.................
ITACA
"....Sempre devi avere in mente Itaca, raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio, fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta piede sull'sola, tu, ricco, dei tesori accumulati per strada, senza aspettarti ricchezze da Itaca. Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo sulla strada...."
la poesia sintetizza l'essenza del viaggio, il significato del viaggiare la filosofia del vero viaggiatore: partire da un luogo per raggiungere un altro luogo noto, la meta, la tua meta; tra i due estremi c'è il viaggio, la scoperta, il conoscere, il crescere. Viaggiare significa creare, conoscere, imparare, scoprire. Viaggiare non è arrivare in un posto, ma perccorrere il cammino che ti permette poi, alla fine, di arrivare in quel dato posto.
Viaggiare,è la metafora della vita: si nasce e già si sa dove si vuole (deve) arrivare: alla morte. in mezzo tra la nascita e la morte, c'è il viaggio, la vita. Nessuno ha fretta di arrivare in fondo a questo viaggio, perchè in fondo c'è la fine del viaggio, c'è la morte. Ognuno di noi fa di tutto per rendere questo viagggio più lungo possibile. Si alimenta meglio possibile, gode del bello e dei piaceri, si circonda di affetti, di amore, studia, cerca di conoscere più possibile perchè la conoscenza gli permette anche di allungare il viaggio, lavora, crea e, alla fine....raggiunge la sua ITACA. Come qualsiasi vero viaggiatore, si avventura nel suo viaggio senza conoscere l'esatto percorso, senza riuscire a valutare tutti i rischi del viaggio, senza conoscere i buoni e i cattivi incontri che farà. Il suo viaggio lo costruisce giorno per giorno. Una sola cosa è certa: alla fine arriverà alla sua ITACA.
E allora la vita che ci è stata regalata va vissuta bene perchè è il più bello, meraviglioso viaggio che ci sia consentito di fare. La meta è nota a tutti ed è la stessa per tutti; ma ognuno di noi può costruire il percorso del suo viaggio come vuole; può scegliersi i compagni di viaggio che vuole, può utilizzare i mezzi che vuole, può superare le toruosità e le difficoltà delle terre che attraversa come vuole, può godere dei piaceri e degli amori che vuole ma, alla fine arriverà sicuramente alla sua meta e ci arriverà da solo. Ma arriverà ricco; ricco dei tesori che avrà accumulato per strada.
la poesia sintetizza l'essenza del viaggio, il significato del viaggiare la filosofia del vero viaggiatore: partire da un luogo per raggiungere un altro luogo noto, la meta, la tua meta; tra i due estremi c'è il viaggio, la scoperta, il conoscere, il crescere. Viaggiare significa creare, conoscere, imparare, scoprire. Viaggiare non è arrivare in un posto, ma perccorrere il cammino che ti permette poi, alla fine, di arrivare in quel dato posto.
Viaggiare,è la metafora della vita: si nasce e già si sa dove si vuole (deve) arrivare: alla morte. in mezzo tra la nascita e la morte, c'è il viaggio, la vita. Nessuno ha fretta di arrivare in fondo a questo viaggio, perchè in fondo c'è la fine del viaggio, c'è la morte. Ognuno di noi fa di tutto per rendere questo viagggio più lungo possibile. Si alimenta meglio possibile, gode del bello e dei piaceri, si circonda di affetti, di amore, studia, cerca di conoscere più possibile perchè la conoscenza gli permette anche di allungare il viaggio, lavora, crea e, alla fine....raggiunge la sua ITACA. Come qualsiasi vero viaggiatore, si avventura nel suo viaggio senza conoscere l'esatto percorso, senza riuscire a valutare tutti i rischi del viaggio, senza conoscere i buoni e i cattivi incontri che farà. Il suo viaggio lo costruisce giorno per giorno. Una sola cosa è certa: alla fine arriverà alla sua ITACA.
E allora la vita che ci è stata regalata va vissuta bene perchè è il più bello, meraviglioso viaggio che ci sia consentito di fare. La meta è nota a tutti ed è la stessa per tutti; ma ognuno di noi può costruire il percorso del suo viaggio come vuole; può scegliersi i compagni di viaggio che vuole, può utilizzare i mezzi che vuole, può superare le toruosità e le difficoltà delle terre che attraversa come vuole, può godere dei piaceri e degli amori che vuole ma, alla fine arriverà sicuramente alla sua meta e ci arriverà da solo. Ma arriverà ricco; ricco dei tesori che avrà accumulato per strada.
giovedì 6 maggio 2010
SUD AFRICA - Lungo l'Orange
L'Orange è un fiume che attraversa quasi tutto il Sudafrica. Nasce a circa 200 Km. a est di Johannesburg e finisce la sua corsa nell'Atlantico presso Alexander Bay. A sud di Kimberley, la città dei diamanti, riceve l'affluente Vaal proveniente dal Lesotho, uno degli stati neri indipendenti che si trovano all'interno del territorio Sudafricano. Un po' come San Marino in Italia. Lo Swaziland, che si trova a est della regione del Natal è il secondo stato nero indipendente inglobato nel territorio del Sudafrica. Per un lungo tratto l'Orange corre lungo il confine tra il Sudafrica e la Namibia, al limite del deserto del Kalahari, enorme distesa sabbiosa su di un altopiano la cui altezza media è di 900 mt., che tocca i territori del Sudafrica, Namibia, Botswana, Zimbabwe.
Il fiume Orange dava il nome allo stato più tradizionalista, razzista, boero di tutto il Sudafrica: l'Orange Free State.
Qui la popolazione è in maggioranza boera; gli abitanti di origine inglese in questo stato sono pochi. I boeri, una popolazione di origine olandese principalmente, ma anche tedesca e belga, sono i discendeti diretti di quei bianchi calvinisti che per primi sbarcarono sulle coste sudafricane nel 1600. Questi, su mandato dell'allora governo olandese, colonizzarono la costa sud del Sudafrica intorno al Capo di Buona Speranza (che gli inglesi chiamano Cape of Good Hope), e crearono delle basi di appoggio per le navi commerciali della Compagnia Olandese delle Indie.
Il collegamento in Ponte Radio per la ESCOM, la locale società di produzione e distribuzione di energia elettrica, la cui realizzazione, accettazione del cliente e messa in servizio ricadeva sotto la mia responsabilità, si trovava in buona parte nel territorio Dell'Orange Free State. Con inizio a De Aar, una cittadina del profondo ovest-sudovest quasi confinante con la Cape Provence, risalendo poi fino a Johannesburg nel Transvaal, attraversa tutto l'Orange Free State in diagonale costeggiando il fiume Orange, per una lunghezza di quasi 1000 km.
E così dopo circa un mese dal mio arrivo in Sudafraica, partii per De Aar con un furgone Volswagen Combi carico di strumentazione di misura elettronica. Dopo due giorni di viaggio in mezzo alla savana lungo una strada infinita, dritta come un tiro di fucile, ovviamente guidando a sinistra, arrivai a De Aar che mi accolse con una bella multa appena superai il cartello che indicava l'inizio del centro abitato. All'improvviso un poliziotto sbucò da dietro una siepe e mi fece segno di fermare e accostare. Io, che non me l'aspettavo, sobbalzai sul sedile e mi fermai appena prima di investirlo. Mi disse in Afrikans (la lingua dei boeri, una specie di olandese del 1600, che, insieme all'inglese, era la lingua ufficiale del Sudafrica)che avevo superato il limite di velocità. Io gli risposi in inglese che non capivo e lui mi invitò a scendere dalla macchina. Lo seguii fino a dietro il cespuglio dove c'era una macchinetta con un display che indicava circa 64 Km.; era la velicità a cui io andavo, rilevata dal telelaser, in un tratto il cui limite era di 50 km,/h. Indicandomi il display, con faccia truce mi apostrofò: "now do you understand?" Si, purtroppo avevo capito. Mi fece il verbale e mi invitò a presentarmi il mattino successivo dal giudice. Praticamente la legge locale prevedeva per il mancato rispetto dei limiti di velocità una specie di processo istruttorio nel corso del quale un giudice decideva se e come procedere. Dopo quasi 30 anni quelle terribili macchinette sarebbero arrivate anche da noi.
Buon giorno De Aar!! bella accoglienza!!! Fu il mio primo incontro con la durissima polizia locale. Scoprii più tardi che quella durezza nel fare rispettare le regole era bilanciata da altrettanta fermezza da parte della gente nel pretendere dai tutori dell'ordine il rispetto dei diritti personali.Dei bianchi però.
Il fiume Orange dava il nome allo stato più tradizionalista, razzista, boero di tutto il Sudafrica: l'Orange Free State.
Qui la popolazione è in maggioranza boera; gli abitanti di origine inglese in questo stato sono pochi. I boeri, una popolazione di origine olandese principalmente, ma anche tedesca e belga, sono i discendeti diretti di quei bianchi calvinisti che per primi sbarcarono sulle coste sudafricane nel 1600. Questi, su mandato dell'allora governo olandese, colonizzarono la costa sud del Sudafrica intorno al Capo di Buona Speranza (che gli inglesi chiamano Cape of Good Hope), e crearono delle basi di appoggio per le navi commerciali della Compagnia Olandese delle Indie.
Il collegamento in Ponte Radio per la ESCOM, la locale società di produzione e distribuzione di energia elettrica, la cui realizzazione, accettazione del cliente e messa in servizio ricadeva sotto la mia responsabilità, si trovava in buona parte nel territorio Dell'Orange Free State. Con inizio a De Aar, una cittadina del profondo ovest-sudovest quasi confinante con la Cape Provence, risalendo poi fino a Johannesburg nel Transvaal, attraversa tutto l'Orange Free State in diagonale costeggiando il fiume Orange, per una lunghezza di quasi 1000 km.
E così dopo circa un mese dal mio arrivo in Sudafraica, partii per De Aar con un furgone Volswagen Combi carico di strumentazione di misura elettronica. Dopo due giorni di viaggio in mezzo alla savana lungo una strada infinita, dritta come un tiro di fucile, ovviamente guidando a sinistra, arrivai a De Aar che mi accolse con una bella multa appena superai il cartello che indicava l'inizio del centro abitato. All'improvviso un poliziotto sbucò da dietro una siepe e mi fece segno di fermare e accostare. Io, che non me l'aspettavo, sobbalzai sul sedile e mi fermai appena prima di investirlo. Mi disse in Afrikans (la lingua dei boeri, una specie di olandese del 1600, che, insieme all'inglese, era la lingua ufficiale del Sudafrica)che avevo superato il limite di velocità. Io gli risposi in inglese che non capivo e lui mi invitò a scendere dalla macchina. Lo seguii fino a dietro il cespuglio dove c'era una macchinetta con un display che indicava circa 64 Km.; era la velicità a cui io andavo, rilevata dal telelaser, in un tratto il cui limite era di 50 km,/h. Indicandomi il display, con faccia truce mi apostrofò: "now do you understand?" Si, purtroppo avevo capito. Mi fece il verbale e mi invitò a presentarmi il mattino successivo dal giudice. Praticamente la legge locale prevedeva per il mancato rispetto dei limiti di velocità una specie di processo istruttorio nel corso del quale un giudice decideva se e come procedere. Dopo quasi 30 anni quelle terribili macchinette sarebbero arrivate anche da noi.
Buon giorno De Aar!! bella accoglienza!!! Fu il mio primo incontro con la durissima polizia locale. Scoprii più tardi che quella durezza nel fare rispettare le regole era bilanciata da altrettanta fermezza da parte della gente nel pretendere dai tutori dell'ordine il rispetto dei diritti personali.Dei bianchi però.
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martedì 4 maggio 2010
SUD AFRICA - Immagini di Johannesburg
Non è facile descrivere una città come Johannesburg o almeno com'era quando io la conobbi. Si può dire che era una metropoli moderna più vicina alle grandi città americane che a quelle europee. Si può dire che era bella, pulita, ordinata, quasi perfetta. Si può dire che socialmente rappresentava un controsenso perchè era la principale città del paese più razzista e segregazionista al mondo, ma nello stesso tempo era una delle città più multirazziali al mondo. In essa in qualche modo si incrociavano boeri, primi abitanti bianchi del Sud Africa originari dell'Olanda; inglesi eredi del periodo coloniale; tanti italiani, tantissimi portoghesi, tantissimi indiani, cinesi, greci ecc. Ovviamente c'erano poi i neri, gli unici veri africani, anche loro però appartenenti a varie tribù e provenienti da vari paesi vicini. Si perchè sebbene i neri in Sud Africa fossero segregati, c'era comunque molta immigrazione dai paesi vicini come Botswana, Namibia, Rodesia, spesso clandestina, perchè qui trovavano lavoro nelle città come Johannesburg, oppure nelle farms dove venivano trattati quasi da schiavi. Però lavoravano e mangiavano.
Si può dire che in fondo anche i bianchi vivevano divisi per paese di provenienza: gli inglesi vivevano con gli inglesi da inglesi; i boeri vivevano con i boeri; gli italiani con gli italiani ecc. C'erano quindi i clubs inglesi, quelli italiani, quelli portoghesi .
Si può poi dire che il centro della città era scarsamente abitato. Gli enormi grattacieli erano quasi tutti occupati da uffici, azien. Oppure erano hotels oppure erano residences dove vivevano quegli stranieri che, come me, si trattenevano un po' più a lungo e quindi affittavano un flat. Il centro città era quindi dedicato al business. Il fine settimana de, banche rimaneva spopolato. La gente, i bianchi ovviamente, abitava fuori, nei centri residenziali composti da ville più o meno grandi, più o meno ricche, ma tutte immerse nel verde e nella tranquillità.
Ecco si può dire tutto questo e molto altro. Ma questa sarebbe la descrizione di una città anonima, uguale a tante altre, senza un'anima. Joahannesburg era invece tutt'altro perchè era una città che dava emozioni, il cui ricordo da un senso di struggimento difficile da descrivere, un misto di gioia e di felicità contemporaneamente ad un senso di tristezza, di vuoto, di crampo che prende allo stomaco. Ancora oggi, dopo tanti anni, quando sento parlare di johannesburg o ne vedo delle immagini, provo questa senzazione.
Allora non vedo più i grattacieli, le ville, i clubs privati, no!
Allora mi vedo a passeggio lungo una via del centro quasi deserta perchè è domenica; ai lati della via si allineano grandi alberi di Jacaranda fioriti perchè è primavera. Il colore azzurro dei fiori illumina un cielo ancora scuro per i nuvoloni che hanno da poco terminato di scaricare il loro pieno di acqua e che ora cominciano a lasciare il posto all'azzurro del cielo. I caldi raggi del sole che filtrano tra gli squarci delle nuvole sembrano unire i due azzurri, quello delle Jacaranda e quello del cielo, in un unico immenso quadro. Camino su un tappeto di fiori caduti per la pioggia. A terra quelli delle Jacaranda si uniscono ai fiori rossi delle bougainville che a cespugli ornano i muri. Nell'aria un profumo di fiori e di arida terra che bagnata emette un odore pungente; un profumo di fresco.
Oppure mi vedo un mattino di un giorno qualunque della settimana a passeggio per Pretoria street, la strada dello shopping. Il traffico intenso e ordinato nei due sensi, negozi di tutti i tipi, soprattutto di materiale fotografico quasi tutto proveniente dal Giappone, oppure materiale elettronico, ma anche abbigliamento, scarpe, supermercati . Sui marciapiedi donne nere, belle e ben vestite nei loro abiti tipici, spandevano tutta la loro mercanzia di artigianato locale (orecchini, anellini, braccialetti, statuette in legno, oggetti in onice, in giada ecc.). Oggi questo si vede anche da noi nei mercatini, è diventato quasi normale, ma 30 anni fa per noi erano novità assolute ed erano immagini tipiche che solo in Africa si potevano vedere.
Ma Johannesburg è anche un tramonto visto da un piano alto di un grattacielo. Un discendere lento di un sole che dipinge il cielo di mille tonalità di rosso e, una volta scomparso dietro l'orizzonte, lo lascia ancora illuminato di una fioca luce azzurrina che ti accompagna tutta la notte subtropicale in attesa che rispunti la mattina dopo splendente e caldo.
Si può dire che in fondo anche i bianchi vivevano divisi per paese di provenienza: gli inglesi vivevano con gli inglesi da inglesi; i boeri vivevano con i boeri; gli italiani con gli italiani ecc. C'erano quindi i clubs inglesi, quelli italiani, quelli portoghesi .
Si può poi dire che il centro della città era scarsamente abitato. Gli enormi grattacieli erano quasi tutti occupati da uffici, azien. Oppure erano hotels oppure erano residences dove vivevano quegli stranieri che, come me, si trattenevano un po' più a lungo e quindi affittavano un flat. Il centro città era quindi dedicato al business. Il fine settimana de, banche rimaneva spopolato. La gente, i bianchi ovviamente, abitava fuori, nei centri residenziali composti da ville più o meno grandi, più o meno ricche, ma tutte immerse nel verde e nella tranquillità.
Ecco si può dire tutto questo e molto altro. Ma questa sarebbe la descrizione di una città anonima, uguale a tante altre, senza un'anima. Joahannesburg era invece tutt'altro perchè era una città che dava emozioni, il cui ricordo da un senso di struggimento difficile da descrivere, un misto di gioia e di felicità contemporaneamente ad un senso di tristezza, di vuoto, di crampo che prende allo stomaco. Ancora oggi, dopo tanti anni, quando sento parlare di johannesburg o ne vedo delle immagini, provo questa senzazione.
Allora non vedo più i grattacieli, le ville, i clubs privati, no!
Allora mi vedo a passeggio lungo una via del centro quasi deserta perchè è domenica; ai lati della via si allineano grandi alberi di Jacaranda fioriti perchè è primavera. Il colore azzurro dei fiori illumina un cielo ancora scuro per i nuvoloni che hanno da poco terminato di scaricare il loro pieno di acqua e che ora cominciano a lasciare il posto all'azzurro del cielo. I caldi raggi del sole che filtrano tra gli squarci delle nuvole sembrano unire i due azzurri, quello delle Jacaranda e quello del cielo, in un unico immenso quadro. Camino su un tappeto di fiori caduti per la pioggia. A terra quelli delle Jacaranda si uniscono ai fiori rossi delle bougainville che a cespugli ornano i muri. Nell'aria un profumo di fiori e di arida terra che bagnata emette un odore pungente; un profumo di fresco.
Oppure mi vedo un mattino di un giorno qualunque della settimana a passeggio per Pretoria street, la strada dello shopping. Il traffico intenso e ordinato nei due sensi, negozi di tutti i tipi, soprattutto di materiale fotografico quasi tutto proveniente dal Giappone, oppure materiale elettronico, ma anche abbigliamento, scarpe, supermercati . Sui marciapiedi donne nere, belle e ben vestite nei loro abiti tipici, spandevano tutta la loro mercanzia di artigianato locale (orecchini, anellini, braccialetti, statuette in legno, oggetti in onice, in giada ecc.). Oggi questo si vede anche da noi nei mercatini, è diventato quasi normale, ma 30 anni fa per noi erano novità assolute ed erano immagini tipiche che solo in Africa si potevano vedere.
Ma Johannesburg è anche un tramonto visto da un piano alto di un grattacielo. Un discendere lento di un sole che dipinge il cielo di mille tonalità di rosso e, una volta scomparso dietro l'orizzonte, lo lascia ancora illuminato di una fioca luce azzurrina che ti accompagna tutta la notte subtropicale in attesa che rispunti la mattina dopo splendente e caldo.
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