Puerto Baquerizo Moreno è il capoluogo e la città principale dell'isola di San Cristobal, ma è anche il capoluogo dell'intero arcipelago delle Galapagos essendo la sede del consiglio regionale. Più che una città è un villaggio di pescatori con poca accoglienza turistica. Proprio per questo però è interessante; la scarsa presenza turistica fa si che sia rimasta originale: tranquilla, anzi sonnacchiosa, senza i rumori e i finti bagliori del turismo di massa.
Sono tre le cose che principalmente mi hanno colpito di Puerto Baquerizo Moreno: la miseria, le case, le foche addormentate sopra le barche. Camminando per le strade, poche, della cittadina, la miseria si vede, si respira, ma, al contrario di altri posti, ad esempio le città continentali del Equador come Guayaquil, ma anche Quito, qui non ti aggredisce, non ti fa male. Qui la miseria la vedi nelle case vecchie, di legno, anche consumate dall'aria carica di salsedine con le colorate pareti scrostate, la vedi nelle persone, vestite male, anche sporche; la vedi nei pochi bar o piccoli ristoranti, la vedi nei banchetti lungo la strada dove preparano e servono le banane verdi (platano)cotte su griglie come quelle che si usano per i wurstel; la vedi ovunque, ma non ti colpisce, non ti fa male al cuore, non ti fa sentire uno "fuori luogo" a te che sei li con loro ma non sei come loro perchè tu sei di passaggio, hai i soldi. La miseria qui è normale.Non c'è contrasto tra i ricchi e i poveri, tra chi sta bene e chi sta male; qui sono tutti poveri. Non ci sono mendicanti, nessuno ti chiede l'elemosina, non ci sono bambini che di giorno girano le strade per qualche centesimo e di notte dormono nelle stesse strade sotto i cartoni. Qui sono tutti uguali; vivono tutti nelle case, anche se misere; mangiano tutti, anche se in modo frugale. Sembrano vivere una vita serena, anche se senza molte speranze.
Le case come ho già detto sono povere; quasi tutte sono costruite su palafitte e nella parte bassa, sotto al pavimento tra i pali, trovano rifugio barche, reti, motorette ed altri attrezzzi. Sono quasi tutte in legno e sono tutte verniciate di colori diversi. Ricorda un po'la "Boca" il quartiere di Buenos Aires costruito da marinai genovesi emigrati in Argentina, dove le case sono appunto tutte verniciate di colori diversi perchè utilizzavano la rimanenza della vernici delle barche. Nella loro povertà sono bellissime.
Ma l'immagine che più mi ha colpito di Puerto Baquerizo Moreno è rappresentata dalle foche che dormono sopra le barche. Nel porticciolo naturale formato dalla baia di fronte alla cittadina, sono ancorate le barche dei pescatori. Puntualmente alla sera, poco prima del tramonto, quando i raggi del sole cominciano ad inclinarsi offrendo quella particolare luce tendente al viola che ti da anche un senso di tristezza,di malinconia e di nostalgia delle persone che hai lasciato così tanto lontano, queste barche si riempiono di foche che escono dall'acqua e si sdraiano sulle coperte lasciandosi asciugare dagli ultimi caldi raggi del sole. E' un'immagine struggente. Nessuno, assolutamente nessuno le disturba. Se penso che da noi, nei nostri porti turistici, i proprietari di barche si arrabbiano perchè qualche volta i gabbiani ci fanno qualche bisognino!? Mi rendo conto che nel nostro mondo occidentale, ricco ed evoluto, abbiamo veramente perso il senso della realtà.
venerdì 3 aprile 2009
mercoledì 11 marzo 2009
VIAGGIO ALLE GALAPAGOS - terza parte
Arrivammo all'aeroporto dell'isola di San Cristobal a mezzogiorno circa, dopo due ore di volo. L'atterraggio fu morbido anche se a terra c'era un vento abbastanza sostenuto. Provenendo dal continente, quindi volando verso ovest, l'isola rimaneva praticamente sulla prua dell'aereo e quindi non la vidi fino all'atterraggio.
L'aeroporto era piccolo e senza tanti servizi. Essendo un aeroporto interno dell'Ecuador non c'erano nemmeno i controlli di polizia. Io e i miei colleghi avevamo solo bagagli a mano e quindi non dovemmo nemmeno attendere per ritirare valigie. In un attimo fummo fuori dell'aeroporto. La prima impressione che ebbi fu quella di essere in un paese africano. Come ho detto il terminale era piccolo e spoglio; non ricordo bene ma mi sembra che la sala arrivi fosse addirittura all'aperto con solo un tetto ma senza pareti. Fummo subito accolti da un vento caldo e umido; nell'aria si sentiva il profumo dell'oceano nonostante la puzza di cherosene emanata dai motori dell'aereo. Nella sala c'erano parecchie persone in attesa di parenti o amici arrivati con il mio stesso aereo. In pochi attimi questa pittoresca sala arrivi si riempì di un vociare festoso, di richiami, gridolini, saluti a distanza, emessi da chi era in attesa o da chi era atteso che finalmente si incontravano. La gente si abbracciava, si salutava e rideva. Noi cinque uscimmo dall'aeroporto e trovammo ad attenderci il cognato di uno dei due esponenti dello IETEL che era venuto a prenderci con un pick up scoperto per portarci in città. Costui era un giovane medico e aveva sposato la sorella del mio amico dello IETEL. Non ricordo se lui fosse galapaghegno, ma in ogni caso era l'unico medico dell'unico ospedale dell'isola.
Salimmo sul pick up, ovviamente nel cassone, e ci sedemmo. I più fortunati su delle cassette di legno che stavano nel cassone allo scopo; io ed un altro, non essendoci le cassette per tutti, ci sedemmo sulla sponda posteriore del cassone.
Prendemmo la polverosa strada di terra che portava alla vicina cittadina di Puerto Baquerizo Moreno, capoluogo dell'isola di San Cristobal e sede del Parlamento della Regione delle Galapagos, quindi capoluogo dell'intero arcipelago.Il tragitto fu abbastanza breve, ma la velocità del pick up era per ovvii motivi abbastanza ridotta; impiegammo quindi una ventina di minuti per arrivare in città. Lungo tutto il percorso non incontrammo praticamente case, ma solamente terra abbastanza brulla. Il vento caldo, abbinato al fatto che eravamo all'aperto, rese il nostro viaggio molto piacevole anche se un pò polveroso. A quei tempi io amavo molto i luoghi caldi, umidi e polverosi, visto che nei paesi dove spesso avevo vissuto per lavoro offrivano questo tipo di ambiente. Ero un tipo da safari. Quindi mi trovavo nel mio habitat naturale. Unica precauzione da prendere era di proteggersi dal sole. Eravamo all'equatore, con il sole quindi allo zenit; i raggi ci picchiavano verticali sulla testa ed eravamo in mezzo all'oceano.
Per prima cosa il cognato medico ci accompagnò in albergo.
Questo, di cui non ricordo il nome, si svolgeva in orizzontale. C'era un corpo centrale con la reception e un piccolo bar e poi c'erano dei bungalow in muratura che costituivano le camere, ciascuna con il proprio bagno.
Le camere erano disposte a semicerchio intorno al corpo principale, con al centro uno spazio in parte a giardino ed in parte pavimentato a cemento, dove in stagione probabilmente mettevano i tavoli per mangiare. Infatti c'era un lato attrezzato a cucina con fuochi, forno e barbecue, dietro ad un muretto lungo e di altezza giusta per far scorrere dei vassoi. Tutto faceva pensare che venissse utilizzzato come self service. Tutta l'area era circondata da un muretto basso, dove ci si poteva sedere, con sguardo sull'oceano ed in particolare sulla baia di Puerto Baquerizo Moreno piena di barche di pescatori (non certo da diporto)ormeggiate. Di fronte a noi, dall'altra parte della baia c'era una piccola base della Marina Militare dell'Ecuador ed un faro. Al centro della baia, sulla nostra sinistra si affacciava la cittadina di Puerto Baquerizo Moreno.
Dopo esserci rinfrescati andammo con il nostro autista-medico a mangiare- Ci portò in una specie di bar con cucina sul lungomare di Puerto Baquerizo proprio al centro della baia dove, con la avidità tipica di chi non mangia da due giorni, ingurgitammo con immenso piacere aragosta accompagnata da riso bollito e banane grigliate. Il tutto innaffiato da birra freschissima.
Terminato il nostro delizioso pasto, che in Italia ci sarebbe costato un occhio della testa mentre lì ci costò solo qualche Sucre, dopo avere fumato una sigaretta, ci avviammo, sempre con il nostro magnifico pick up al quale già stavamo affezionandoci, verso due bellissime località di cui parleremo in seguito.
L'aeroporto era piccolo e senza tanti servizi. Essendo un aeroporto interno dell'Ecuador non c'erano nemmeno i controlli di polizia. Io e i miei colleghi avevamo solo bagagli a mano e quindi non dovemmo nemmeno attendere per ritirare valigie. In un attimo fummo fuori dell'aeroporto. La prima impressione che ebbi fu quella di essere in un paese africano. Come ho detto il terminale era piccolo e spoglio; non ricordo bene ma mi sembra che la sala arrivi fosse addirittura all'aperto con solo un tetto ma senza pareti. Fummo subito accolti da un vento caldo e umido; nell'aria si sentiva il profumo dell'oceano nonostante la puzza di cherosene emanata dai motori dell'aereo. Nella sala c'erano parecchie persone in attesa di parenti o amici arrivati con il mio stesso aereo. In pochi attimi questa pittoresca sala arrivi si riempì di un vociare festoso, di richiami, gridolini, saluti a distanza, emessi da chi era in attesa o da chi era atteso che finalmente si incontravano. La gente si abbracciava, si salutava e rideva. Noi cinque uscimmo dall'aeroporto e trovammo ad attenderci il cognato di uno dei due esponenti dello IETEL che era venuto a prenderci con un pick up scoperto per portarci in città. Costui era un giovane medico e aveva sposato la sorella del mio amico dello IETEL. Non ricordo se lui fosse galapaghegno, ma in ogni caso era l'unico medico dell'unico ospedale dell'isola.
Salimmo sul pick up, ovviamente nel cassone, e ci sedemmo. I più fortunati su delle cassette di legno che stavano nel cassone allo scopo; io ed un altro, non essendoci le cassette per tutti, ci sedemmo sulla sponda posteriore del cassone.
Prendemmo la polverosa strada di terra che portava alla vicina cittadina di Puerto Baquerizo Moreno, capoluogo dell'isola di San Cristobal e sede del Parlamento della Regione delle Galapagos, quindi capoluogo dell'intero arcipelago.Il tragitto fu abbastanza breve, ma la velocità del pick up era per ovvii motivi abbastanza ridotta; impiegammo quindi una ventina di minuti per arrivare in città. Lungo tutto il percorso non incontrammo praticamente case, ma solamente terra abbastanza brulla. Il vento caldo, abbinato al fatto che eravamo all'aperto, rese il nostro viaggio molto piacevole anche se un pò polveroso. A quei tempi io amavo molto i luoghi caldi, umidi e polverosi, visto che nei paesi dove spesso avevo vissuto per lavoro offrivano questo tipo di ambiente. Ero un tipo da safari. Quindi mi trovavo nel mio habitat naturale. Unica precauzione da prendere era di proteggersi dal sole. Eravamo all'equatore, con il sole quindi allo zenit; i raggi ci picchiavano verticali sulla testa ed eravamo in mezzo all'oceano.
Per prima cosa il cognato medico ci accompagnò in albergo.
Questo, di cui non ricordo il nome, si svolgeva in orizzontale. C'era un corpo centrale con la reception e un piccolo bar e poi c'erano dei bungalow in muratura che costituivano le camere, ciascuna con il proprio bagno.
Le camere erano disposte a semicerchio intorno al corpo principale, con al centro uno spazio in parte a giardino ed in parte pavimentato a cemento, dove in stagione probabilmente mettevano i tavoli per mangiare. Infatti c'era un lato attrezzato a cucina con fuochi, forno e barbecue, dietro ad un muretto lungo e di altezza giusta per far scorrere dei vassoi. Tutto faceva pensare che venissse utilizzzato come self service. Tutta l'area era circondata da un muretto basso, dove ci si poteva sedere, con sguardo sull'oceano ed in particolare sulla baia di Puerto Baquerizo Moreno piena di barche di pescatori (non certo da diporto)ormeggiate. Di fronte a noi, dall'altra parte della baia c'era una piccola base della Marina Militare dell'Ecuador ed un faro. Al centro della baia, sulla nostra sinistra si affacciava la cittadina di Puerto Baquerizo Moreno.
Dopo esserci rinfrescati andammo con il nostro autista-medico a mangiare- Ci portò in una specie di bar con cucina sul lungomare di Puerto Baquerizo proprio al centro della baia dove, con la avidità tipica di chi non mangia da due giorni, ingurgitammo con immenso piacere aragosta accompagnata da riso bollito e banane grigliate. Il tutto innaffiato da birra freschissima.
Terminato il nostro delizioso pasto, che in Italia ci sarebbe costato un occhio della testa mentre lì ci costò solo qualche Sucre, dopo avere fumato una sigaretta, ci avviammo, sempre con il nostro magnifico pick up al quale già stavamo affezionandoci, verso due bellissime località di cui parleremo in seguito.
giovedì 5 marzo 2009
VIAGGIO ALLE GALAPAGOS - seconda parte
Le Galapagos si trovano nell'Oceano Pacifico a circa 1000 km.dalla costa dell'Ecuador, paese a cui appartengono politicamente. Per la ricchezza della flora e, soprattutto, della fauna, sono state una delle tappe fondamentali del viaggio studio che Charles Darwin compì intorno al mondo nel 1831. Al termine del viaggio Darwin scrisse "L'Origine della Specie", opera in cui formulò la famosa "Teoria dell'Evoluzione". L'intero arcipelago consta di circa 50 isole, alcune delle quali sono semplicemente degli scogli, delle quali solo 14 sono le principali e solo 8 grandi. Oggi l'intero arcipelago è abitato da circa 18.000 persone ed è visitato da circa 80.000 persone all'anno. Prima degli anni '80 gli abitanti erano di circa 6000 unità. Le Galapagos si possono raggiungere da Quito o da Guayaquil in Ecuador.
Io ci sono stato nel mese di aprile del 1990.
A quel tempo lavoravo per una grande azienda italiana che realizzava in giro per il mondo grandi sistemi di telecomunicazione via satellite. Io, in qualità di responsabile marketing per l'America Latina, viaggiavo molto per il Sud America.
In quel periodo frequentavo molto l'Ecuador dove avevamo vinto una gara internazionale per la realizzazione di due stazioni terrene per telecomunicazioni via satellite: una a Guayaquil, nel sud del paese sulla costa, e una alle Galapagos sull'isola di San Cristobal.
Pensate che quest'ultima doveva servire a migliorare i collegamenti telefonici con il continente e a portare nell'arcipelago la televisione in diretta; fino ad allora le trasmissioni televisive erano registrate.
Io amavo molto il mio lavoro proprio per questo particolare aspetto sociale estremamente importante: dare la possibilità a popolazioni isolate o quasi di comunicare meglio tra di loro e con il resto del mondo. Migliorare le comunicazioni contribuiva a migliorare vari aspetti della vita di queste popolazioni: la formazione, la sanità, il commercio ecc.
Partii da Guayaquil con 3 colleghi italiani e 2 ecuatoriani dello IETEL, la società locale delle telecomunicazioni; in pratica il cliente. L'aereo era della compagnia TAME che due ore dopo la partenza atterrò all'aeroporto di San Cristobal.
Il viaggio fu tranquillo e rilassante. I passeggeri erano tutti ecuatoriani. Immaginai che fossero ecuatoriani del continente che andavano a trovare loro parenti alle Galapagos o Galapaghegni che studiavano o lavoravano sul continente e che stavano tornando a casa.
Non so com'è oggi, ma allora non era facile andare alle Galapagos. Tutto l'arcipelago è un parco nazionale e l'oceano circostante è un parco marino; inoltre l'UNESCO lo ha eletto Patrimonio dell'Umanità. Gli ingresssi quindi erano controllati e l'accesso era possibile solo tramite agenzie di viaggio. Noi riuscimmo ad andare solo attraverso una richiesta ufficiale di IETEL motivata da interessi nazionali.
Io ci sono stato nel mese di aprile del 1990.
A quel tempo lavoravo per una grande azienda italiana che realizzava in giro per il mondo grandi sistemi di telecomunicazione via satellite. Io, in qualità di responsabile marketing per l'America Latina, viaggiavo molto per il Sud America.
In quel periodo frequentavo molto l'Ecuador dove avevamo vinto una gara internazionale per la realizzazione di due stazioni terrene per telecomunicazioni via satellite: una a Guayaquil, nel sud del paese sulla costa, e una alle Galapagos sull'isola di San Cristobal.
Pensate che quest'ultima doveva servire a migliorare i collegamenti telefonici con il continente e a portare nell'arcipelago la televisione in diretta; fino ad allora le trasmissioni televisive erano registrate.
Io amavo molto il mio lavoro proprio per questo particolare aspetto sociale estremamente importante: dare la possibilità a popolazioni isolate o quasi di comunicare meglio tra di loro e con il resto del mondo. Migliorare le comunicazioni contribuiva a migliorare vari aspetti della vita di queste popolazioni: la formazione, la sanità, il commercio ecc.
Partii da Guayaquil con 3 colleghi italiani e 2 ecuatoriani dello IETEL, la società locale delle telecomunicazioni; in pratica il cliente. L'aereo era della compagnia TAME che due ore dopo la partenza atterrò all'aeroporto di San Cristobal.
Il viaggio fu tranquillo e rilassante. I passeggeri erano tutti ecuatoriani. Immaginai che fossero ecuatoriani del continente che andavano a trovare loro parenti alle Galapagos o Galapaghegni che studiavano o lavoravano sul continente e che stavano tornando a casa.
Non so com'è oggi, ma allora non era facile andare alle Galapagos. Tutto l'arcipelago è un parco nazionale e l'oceano circostante è un parco marino; inoltre l'UNESCO lo ha eletto Patrimonio dell'Umanità. Gli ingresssi quindi erano controllati e l'accesso era possibile solo tramite agenzie di viaggio. Noi riuscimmo ad andare solo attraverso una richiesta ufficiale di IETEL motivata da interessi nazionali.
mercoledì 4 marzo 2009
VIAGGIO ALLE GALAPAGOS - prima parte
Un viaggio alle Galapagos non è un semplice viaggio turistico, ma è un viaggio nella natura e, soprattutto,nel mondo animale, dove l'uomo vive nel suo totale rispetto, in punta di piedi, come se, pur trovandosi lì, non volesse disturbare più di tanto. In quelle isole l'uomo sembra vivere al servizio delle innumerevoli specie di animali, signori e padroni assoluti di quell'ambiente ancora incontaminato. Lo si vede nelle piccole cose della vita quotidiana: le lucertole, a cui a nessuno viene in mene di fare del male, sono libere di girare per le aie e di entrare nelle case attraverso le porte sempre aperte; le foche che nuotano liberamente nei porticcioli tra le barche ormeggiate, che dormono tranquillamente sulle loro coperte stese a godersi il sole basso ma ancora caldo del tramonto; sempre le foche che nuotano nelle piccole baie scartando agilmente i corpi dei pochi fortunati bagnanti; le innumerevoli specie di erbette che crescono rigogliose invadendo aie e sentieri fino ad arrivare sugli usci delle case, senza che a nessuno venga in mente di tagliarle o estirparle. Perchè questo è lo spirito della popolazione indigena delle Galapagos: la natura deve fare il suo corso senza che l'uomo intervenga per modificarla a suo piacere o tornaconto.
Alle Galapagos non vanno i turisti, ma i viaggiatori. Non vanno coloro che cercano comodità, spiagge attrezzate, bar che servono ogni tipo di drink esotico, ristoranti lussuosi che preparano menu internazionali o, addirittura come spesso chiedono i turisti nostrani, menu italiani con tanto di amatriciana o carbonara.
Alle Galapagos si va alla scoperta di luoghi incontaminati, nascosti e silenziosi, belli da mozzare il fiato ma anche duri della durezza che spesso la natura più pura e selvaggia sa esprimere. Si va per ammirare le tante specie di animali, alcune stanziali altre migratorie, ponendo la massima attenzione per non disturbare lo svolgersi della loro vita quotidiana. Il viaggiatore che va alle Galapagos è colui che in quei luoghi si sente ospite e non padrone.
Ovviamente ci sono, anche se pochi, bar e ristoranti. Ma normalmente sono dei piccoli o piccolissimi locali che non hanno nulla di turistico, dove si può bere una birra o un rum oppure una bibita analcolica, dove si può mangiare un tipo di banana piccola e verde (platano) che cuociono alla griglia in accompagnamento di un filetto di pesce (pescado) sempre grigliato; piatto veramente gustoso. Dove si può mangiare, magari a colazione e con le mani nude, una aragosta semplicemente bollita nell'acqua e servita su un povero vassoio ancora fumante.
Ecco queste sono le Galapagos: un luogo dove il viaggiatore può arricchire le sue conoscenze scientifiche del mondo animale, ma, soprattutto, può fare un pieno di spiritualità e ripartire più leggero e più in pace con se stesso e con il mondo.
Alle Galapagos non vanno i turisti, ma i viaggiatori. Non vanno coloro che cercano comodità, spiagge attrezzate, bar che servono ogni tipo di drink esotico, ristoranti lussuosi che preparano menu internazionali o, addirittura come spesso chiedono i turisti nostrani, menu italiani con tanto di amatriciana o carbonara.
Alle Galapagos si va alla scoperta di luoghi incontaminati, nascosti e silenziosi, belli da mozzare il fiato ma anche duri della durezza che spesso la natura più pura e selvaggia sa esprimere. Si va per ammirare le tante specie di animali, alcune stanziali altre migratorie, ponendo la massima attenzione per non disturbare lo svolgersi della loro vita quotidiana. Il viaggiatore che va alle Galapagos è colui che in quei luoghi si sente ospite e non padrone.
Ovviamente ci sono, anche se pochi, bar e ristoranti. Ma normalmente sono dei piccoli o piccolissimi locali che non hanno nulla di turistico, dove si può bere una birra o un rum oppure una bibita analcolica, dove si può mangiare un tipo di banana piccola e verde (platano) che cuociono alla griglia in accompagnamento di un filetto di pesce (pescado) sempre grigliato; piatto veramente gustoso. Dove si può mangiare, magari a colazione e con le mani nude, una aragosta semplicemente bollita nell'acqua e servita su un povero vassoio ancora fumante.
Ecco queste sono le Galapagos: un luogo dove il viaggiatore può arricchire le sue conoscenze scientifiche del mondo animale, ma, soprattutto, può fare un pieno di spiritualità e ripartire più leggero e più in pace con se stesso e con il mondo.
martedì 13 gennaio 2009
IL DESTINO DI OGNUNO DI NOI SIAMO NOI STESSI
Io non credo al destino, o meglio, credo che ognuno di noi crea il proprio destino prendendo quotidianamente quelle piccole e grandi decisioni che indirizzano la vita di ciascuno. Alla base delle decisioni che di volta in volta prendiamo, ci sono sicuramente delle "inclinazioni" innate, genetiche, che poi, nel corso della vita, possono subire modificazioni; alcuni aspetti si possno enfatizzare altri minimizzare, a causa degli influssi ambientali e culturali.
E' l'insieme di queste piccole e grandi scelte, a cui noi diamo il nome di destino, che indirizza la nostra vita.
Quando io ho dovuto scegliere l'indirizzo da dare ai miei studi, dopo la scuola media, ho deciso per le telecomunicazioni. Allora non sapevo perchè; sapevo solo che ero attratto da questo nome e da quello che per me significava: persone e mondi lontani con cui entrare in contatto e avere scambi.
Lo stesso ho fatto quando ho dovuto inserirmi nel mondo del lavoro.
Avrei potuto scegliere di rimanere nella mia cittadina e trovare un tranquillo lavoro in banca o in comune. Invece ho scelto di andare a lavorare a Milano con la Telettra, una o forse la più importante azienda italiana nel campo dei sistemi per le telecomunicazioni. E non ho scelto di andare a lavorare in un laboratorio o in produzione, ma agli impianti.
E' così cominciata un'avventura durata più di vent'anni, che mi ha portato in giro per l'Italia e, soprattutto, per il mondo a realizzare sistemi di telecomunicazioni in ponti radio o spaziali via satellite.
Ho girato paesi dei vari continenti; in alcuni ho risieduto a lungo, in altri ho fatto brevi ma ripetuti viaggi. Ho conosciuto persone, culture, storie di popoli e paesi.
Soprattutto ho però messo, con il mio lavoro, in contatto comunità, città, paesi, che prima del nostro arrivo comunicavano con difficoltà.
Due esempi ter tutti:
Tra il 1981 e il 1982 ho lavorato a Madeira, l'isola principale dell'omonimo arcipelago portoghese, nell'ambito di un progetto per il collegamento via satellite, audio e video, dell'isola con il continente. Prima di allora la televisione la vedevano solo registrata e telefonare era sempre un'avventura. Sapete qual'è stato il primo programma televisivo che hanno visto in diretta? Il campionato mondiale di calcio del 1982 vinto dalla nazionale italiana.
Tra il 1987 e il 1990 sono stato spesso in Ecuador e alle Galapagos, il famoso arcipelago di Darwin. Anche qui il mio lavoro è servito a migliorare la possibilità di comunicare di quelle comunità alquanto isolate.
Ecco. Questo blog non vuole essere la storia della mia vita, ma un insieme di racconti dei viaggi che ho avuto la fortuna di fare per lavoro. Il mio tentativo è quello di mettere in risalto i caratteri delle persone, gli stili di vita, la suggestione dei luoghi.
E' l'insieme di queste piccole e grandi scelte, a cui noi diamo il nome di destino, che indirizza la nostra vita.
Quando io ho dovuto scegliere l'indirizzo da dare ai miei studi, dopo la scuola media, ho deciso per le telecomunicazioni. Allora non sapevo perchè; sapevo solo che ero attratto da questo nome e da quello che per me significava: persone e mondi lontani con cui entrare in contatto e avere scambi.
Lo stesso ho fatto quando ho dovuto inserirmi nel mondo del lavoro.
Avrei potuto scegliere di rimanere nella mia cittadina e trovare un tranquillo lavoro in banca o in comune. Invece ho scelto di andare a lavorare a Milano con la Telettra, una o forse la più importante azienda italiana nel campo dei sistemi per le telecomunicazioni. E non ho scelto di andare a lavorare in un laboratorio o in produzione, ma agli impianti.
E' così cominciata un'avventura durata più di vent'anni, che mi ha portato in giro per l'Italia e, soprattutto, per il mondo a realizzare sistemi di telecomunicazioni in ponti radio o spaziali via satellite.
Ho girato paesi dei vari continenti; in alcuni ho risieduto a lungo, in altri ho fatto brevi ma ripetuti viaggi. Ho conosciuto persone, culture, storie di popoli e paesi.
Soprattutto ho però messo, con il mio lavoro, in contatto comunità, città, paesi, che prima del nostro arrivo comunicavano con difficoltà.
Due esempi ter tutti:
Tra il 1981 e il 1982 ho lavorato a Madeira, l'isola principale dell'omonimo arcipelago portoghese, nell'ambito di un progetto per il collegamento via satellite, audio e video, dell'isola con il continente. Prima di allora la televisione la vedevano solo registrata e telefonare era sempre un'avventura. Sapete qual'è stato il primo programma televisivo che hanno visto in diretta? Il campionato mondiale di calcio del 1982 vinto dalla nazionale italiana.
Tra il 1987 e il 1990 sono stato spesso in Ecuador e alle Galapagos, il famoso arcipelago di Darwin. Anche qui il mio lavoro è servito a migliorare la possibilità di comunicare di quelle comunità alquanto isolate.
Ecco. Questo blog non vuole essere la storia della mia vita, ma un insieme di racconti dei viaggi che ho avuto la fortuna di fare per lavoro. Il mio tentativo è quello di mettere in risalto i caratteri delle persone, gli stili di vita, la suggestione dei luoghi.
PANTA REI - Tutto è in movimento
Se dovessi descrivere con uno slogan la mia filosofia di vita, il mio modo di essere e di pensare, di agire istintivamente, sceglierei "IO VADO".
Due semplici paroline che descrivono perfettamente la continua ansia, il continuo desiderio, quell'eterno "rosichio" che sento dentro di me, nel profondo della mia anima e del mio pensiero che mi spinge ad andare.
Andare, andare, andare sempre senza arrivare mai.
Per me non è importante arrivare, in un luogo o ad un obiettivo; per me è importante andare a un luogo o avere un obiettivo da raggiungere e, una volta raggiunto, pormi un'altra meta o un'altro obiettivo.
Così la mia vita è stata ed è sempre un continuo movimento, mentale e fisico, un continuo cambiamento che mi ha portato a viaggiare, a vivere in luoghi diversi, a cambiare casa, lavoro con una certa frequenza, sempre alla ricerca di nuovo e di più. Per me è stata sempre una necessità; per chi ha visssuto con me, come ad esempio la mia famiglia, qualche volta è stato anche un sacrificio.
Quindi non sempre mi è stato e mi è possibile seguire questo mio desidero di cambiamento e di qualcosa di nuovo; in questi casi, in cui non mi è possibile muovermi realmente, lo faccio con la fantasia.
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